Fortezza o… resilienza?

La Fortezza (1470, Firenze, Galleria degli Uffizi) è la prima opera documentata di Botticelli. La tavola, destinata al Tribunale della Mercanzia, faceva parte di un ciclo di sette pannelli rappresentanti le Virtù e affidate a Piero del Pollaiolo per l’esecuzione. A causa di un ritardo nelle consegne, però, Botticelli riuscì a ottenere la commessa del settimo dipinto – la Fortezza appunto – grazie all’intervento di Tommaso Soderini, a sua volta vicino alla famiglia Medici.
In questa raffinata tavola si ritrovano tutte le caratteristiche salienti dell’arte del Maestro: la ricca decorazione del trono, l’armatura finemente ornata con gemme preziose derivanti dalla formazione da orafo, l’elegante panneggio. Colpisce l’inventiva mostrata nella composizione dell’armatura, dal disegno fantastico e inusuale. In particolare i diamanti incastonati nell’armatura sono un emblema di forza, mentre le perle dell’acconciatura e dello scollo rimandano alla purezza. La virtù della Fortezza simboleggia il coraggio nelle avversità, la fermezza e la costanza nel cercare il Bene, insomma quella che in termini contemporanei si definirebbe “resilienza”. La figura allegorica di Botticelli mostra però una sottile inquietudine nel volto e nella gestualità. Ha uno sguardo assorto e malinconico, come immerso in una profonda meditazione. La donna non impugna saldamente lo scettro come ci si aspetterebbe da un emblema di forza morale, al contrario sembra giocherellarci in maniera nervosa. Eppure la sua non è insicurezza: tutt’altro. E’ una profonda riflessione, la certezza che la ragione, con i suoi limiti, non basta a spiegare ciò che esula dalla comprensione umana. Inutile, Botticelli riesce a trasformare tutto ciò che dipinge in Poesia.
Angela Patrono

IL COMMENTO DELLA CRITICA
“L’artista, al suo esordio pubblico, pare volersi misurare più che con Piero, con Antonio, il fratello maggiore e più famoso, autore dei santi della Pala del cardinale del Portogallo, avviluppati nelle loro vesti damascate e tempestate di pietre preziose. E così, in questa tenzone di grandi, pare voler stupire l’osservatore con la sua abilità nel rendere i lustri metallici della fantastica armatura, le gemme che adornano la fronte e le vesti della fanciulla, e i leggeri panneggi atteggiati in pieghe accomodate o in gonfi ricaschi”. (Alessandro Cecchi, “Botticelli”, p.100)

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